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Turismo 2.0: i social site e i numeri del successo

Mar 1, 2012   //   by Francesco Soro   //   Blog, Pubblicazioni  //  No Comments

Articolo pubblicato su Techeconomy il 28/2/2012

Nel precedente articolo avevamo analizzato, numeri alla mano, il crescente peso nell’industria del dell’utilizzo dei social network site. Oggi la riflessione si sposta proprio su quei siti che hanno fatto dell’esperienza diretta dell’utente nel pre e post viaggio, la loro fortuna.

Con più di 50 milioni di visitatori unici al mese, 20 milioni di iscritti e oltre 50 milioni di recensioni TripAdvisor è la più grande community di viaggiatori per recensire alberghi e ristoranti sparsi in tutto il mondo ed è il primo sito web consultato da chiunque decida di intraprendere un viaggio. I dati più recenti diffusi dall’azienda parlano di 2500 recensioni online pubblicate ogni minuto. È la natura stessa del sito, quindi, a creare l’effetto “buzz”, una sorta di passaparola online, vitale per la promozione di strutture alberghiere situate in destinazioni meno convenzionali che godono quindi di scarsa  visibilità, come molti degli 8.092 comuni italiani – patrimonio artistico e culturale del nostro Paese.

E se fino a poco più di un decennio fa organizzare una vacanza fin nei minimi dettagli significava affidarsi a un’agenzia di viaggi, oggi anche al turista più apprensivo sarà capitato di prenotare una vacanza attraverso siti internet che permettono di programmare tutte le fasi e i momenti del viaggio. In questa direzione stanno andando molte piattaforme, tra cui Expedia, una società leader a livello mondiale nel settore del turismo. Fondata nel 1996, Expedia è stata la prima società di e-travel e oggi offre un servizio a 360 gradi: dalla prenotazione dei biglietti aerei, all’assicurazione di viaggio in caso di mal tempo, all’acquisto di biglietti per i musei. Le ragioni del successo sono evidenti: flessibilità, possibilità di personalizzazione dei viaggi e immediatezza delle transazioni. E per ogni utente soddisfatto c’è un imprenditore più vicino al suo mercato.

Potenzialità che gli italiani conoscono bene. Italiano è stato infatti il nucleo fondante di Venere.com, il primo prototipo di sito internet per la prenotazione alberghiera, che rappresenta ancora oggi una delle principali (e troppo poco raccontate) storie di successo dell’economia digitale italiana.

Obiettivo dell’utente è anche quello di accaparrarsi la migliore offerta per visitare una meta turistica e GrouponLetsbonus ePrezzoFelice sono solo alcuni dei siti che accorrono in soccorso. Pensare però che queste realtà si rivolgano esclusivamente ai turisti dal portafoglio sottile sarebbe un errore imperdonabile. Infatti, se è vero che cresce esponenzialmente l’interesse per le offerte online, è importante evidenziare che è soprattutto vivo e crescente l’interesse degli operatori del settore che riconoscono il valore di un’appetibile vetrina di marketing e promozione a bassissimo costo ma ad altissimo potenziale: Groupon, per esempio, è un’azienda che commercializza offerte a 150 milioni di consumatori ogni giorno. “Nessuna altra compagnia al mondo ha la capacità di raggiungere un’audience così vasta”, sottolinea Boyan Josic, chief executive di DailyDealMedia.

Quello che questi siti permettono di fare è di lavorare in maniera più efficiente riducendo i “periodi morti”. In quest’ottica una struttura alberghiera può ottimizzare il flusso di clienti nei “periodi morti” e ammortizzare meglio i costi di gestione, può accattivare clientela con un trattamento scontato per poi convincerla a tornare pagando il prezzo pieno, attirare clientela giovane (il 68% degli utenti di Groupon ha fra i 18 e i 34 anni) e generare il passaparola digitale: il 95% delle imprese coinvolte dichiara di aver tratto benefici dalla visibilità, tanto da voler reinvestire.

E ancora: AirBnb è un sito che si propone come intermediario per far incontrare la domanda e l’offerta delle case-vacanza; un servizio di successo e allettante per entrambi i soggetti coinvolti: chi offre case o camere in affitto trova ospiti con facilità, mentre l’affittuario ottiene prezzi stracciati. Così facendo, in alcuni casi per l’utente la destinazione assume persino un’importanza secondaria rispetto all’aspetto economico: la città e la sua immagine si riflettono attraverso le strutture alberghiere ma, probabilmente, grazie a realtà come queste il turismo continua a essere, nonostante la crisi, uno dei motori di traino dell’economia mondiale.

Sono solo alcuni esempi delle potenzialità infinite dell’ al servizio del turismo. Un elenco non certo esaustivo ma concreto che ogni manager del settore turistico, pubblico o privato che sia, deve conoscere prima di pianificare gli anni a venire. Prima di decidere se, e in quale direzione, investire.

Innovazione e social media come fattori di crescita per il turismo

Feb 7, 2012   //   by Francesco Soro   //   Blog, Pubblicazioni  //  No Comments

Articolo pubblicato su Techeconomy il 6/2/2012

Austerità e crisi verranno senza dubbio ricordati come il leitmotiv di dell’anno appena passato e di questo inizio 2012 eppure c’è un settore che, dopo una quasi doverosa battuta d’arresto, sta risalendo la china.

I dati degli ultimi mesi del 2011 lasciano infatti sperare che, anche se a un ritmo lento, il turismo internazionale continuerà a crescere nel 2012. Secondo l’Organizzazione mondiale del turismo (OMT), i viaggiatori sono complessivamente cresciuti del 4,5% nei primi otto mesi del 2011, raggiungendo un totale di 671 milioni (29 milioni in più rispetto allo stesso periodo del 2010) e, sebbene gli ultimi mesi del 2011 abbiano registrato un lieve rallentamento, le proiezioni indicano che l’anno si chiuderà con una percentuale di crescita tra il 4% e il 4,5%. Ancor meglio l’Italia: +7,3% degli arrivi e +5% delle presenze estere, secondo i dati provvisori Istat illustrati recentemente dal Commissario dell’Enit.

Incrociando questa premessa con i dati messi a disposizione dall’Osservatorio e-commerce del Politecnico di Milano, per i quali il turismo rappresenta il 49% della spesa online degli italiani (4,1 miliardi su 7,9), si comprende come le ulteriori potenzialità del settore turistico di incidere sul Prodotto Interno Lordo del sistema Italia dipendano molto anche dalla capacità che gli operatori del settore dimostreranno nel saper sfruttare al meglio le novità che la tecnologia propone.

Il mercato è aperto, evidenziando flussi di sicuro interesse e di possibile diversificazione dei target. Per rimanere nell’ambito europeo, i recenti dati dell’Eurobarometro della Commissione Europea mostrano che l’utenza italiana è in linea con la media europea quanto ad autonomia di organizzazione (a fronte della media europea del 57%, il 54% degli italiani organizza personalmente le proprie vacanze). Ma mettono soprattutto in risalto l’autonomia dei consumatori dei mercati emergenti: 80% in Turchia; 79% Islanda; 78% Croazia; 77% Romania; 76% Ungheria. Numeri in costante crescita. Così come increscita è anche la quota (45%) dei turisti europei (+7% in tre anni) che tende ad affidarsi ai dettagli di viaggio – dalla meta all’alloggio – socializzati in rete e/o sui social network. E’ un trend di crescita durevole, che evidenzia un target da aggredire ben preciso per gli addetti ai lavori del settore turistico italiano, pubblici e privati.  Un target che si può raggiungere soltanto attraverso l’: di processo e di prodotto. Modernizzazione e tecnologia come chiavi per guadagnare le nuove quote di mercato in espansione.

Cosa è accaduto di così rilevante da determinare il nascere e l’affermarsi di un’abitudine tanto diversa dal consueto modo di prenotare, e poi  vivere,  la vacanza? La risposta di per sé è semplice ma non per questo banale: il web 2.0 con tutto il suo bagaglio di condivisione, scambio e produzione dal basso dei contenuti, supportato dai social media.

Il web 2.0 e la facilità di utilizzo dei media sociali  (dai blog a Facebook) ha fatto sì che gli utenti, prima passivi destinatari di servizi, siano diventati attivi fruitori, dotati di spirito critico e impegnati in prima linea anche nella produzione di contenuti,  user generated content. Una rivoluzione per l’impresa, per la pubblica amministrazione, che non possono più rinviare la loro capacità effettiva di entrare in sintonia con la cultura partecipativa della rete, implementando un sistema integrato di Social Customer Relationship Management che utilizzi i social media per monitorare costantemente le reazioni dell’utenza, per ascoltare, raccogliere idee e suggerimenti al fine di una maggiore fidelizzazione e di un miglioramento dell’offerta.

Peraltro, il turismo 2.0, ancor più che internet in senso ampio, ingloba ormai le tre fasi dell’esperienza di viaggio: la pre-esperienza, costruita attraverso le storie di altri viaggiatori, prima della partenza; l’esperienza di viaggio vera e propria, oggi sempre più spesso condivisa in tempo reale attraverso i dispositivi mobili; la post-esperienza, ovvero l’insieme di attività con cui il turista offre commenti, recensioni e valutazioni dei luoghi in cui è stato – alberghi in primis – per condividere la propria esperienza di viaggio, positiva o negativa che sia e offrire contenuti che possano rendersi utili ai prossimi viaggiatori.

Prossimamente analizzeremo più da vicino proprio i siti web che, negli anni, hanno favorito questo cambiamento.

Il consumo di streaming nella catch up tv, nei motori di ricerca e nei social network

Nov 15, 2011   //   by Francesco Soro   //   Blog, Pubblicazioni  //  No Comments

Articolo pubblicato su Next Tv del 15/11/2011

Risultati a sorpresa nell’ultima edizione del rapporto trimestrale di Brightcove e TubeMogul sullo stato dell’industria dell’online video. Nei dati pubblicati due giorni fa, relativi al periodo Gennaio/Giugno 2011, emergono infatti due inattese linee di tendenza: Google, inteso come motore di ricerca, riallunga il suo già immenso distacco sui social network come strumento #1 per cercare video in streaming, mentre i contenuti di lunga durata, dai 20 minuti in su (ad esempio episodi completi di telefilm ospitati on demand sulle piattaforme di catch up TV) incollano allo schermo di pc e tablet i navigatori in maniera più efficace delle clip brevi.

Ma partiamo dai meccanismi di discovery, ovvero come si scoprono i filmati disponibili online. In base alle ricerche – condotte su un campione degli 85.000 siti in 50 nazioni affiliati al circuito di video cloud gestito da Brightcove e dei 200.000 iscritti al servizio di analisi del traffico video di Tubemogul – Google rimane con ampio margine il tramite più usato per individuare cosa è visibile in streaming, oltre il 60% delle volte si arriva “a destinazione” passando attraverso i suoi campi di ricerca. Addirittura Google ha incremento del 3,7% i cosiddetti referral generati, mentre Facebook, dopo un 2010 in progressiva ascesa, mostra per la prima volta segni di declino, scendendo sotto il 10%.

 

Quali conseguenze trarne? Di sicuro la search engine optimization (SEO), ovvero le numerose tecniche implementate per migliorare il proprio posizionamento nei risultati dei motori di ricerca, sembra conservare una priorità assoluta anche nel segmento video rispetto al social marketing. Per garantirsi views, in parole povere, meglio apparire in alto su Google quando vengono digitate le parole chiave pertinenti che non promozionarsi sui social networkr.

Va notato tuttavia che, una volta scoperto e avviato il contenuto in streaming desiderato, i video “riferiti” da Facebook e Twitter tendono a essere seguiti più a lungo di quelli individuati attraverso Google: più di 2 minuti per clip contro poco meno di 1 minuto e mezzo.

 

A proposito di permanenza media davanti ai monitor, nel secondo trimestre del 2011 la propensione a trattenersi su uno stream senza muovere il mouse è incrementata del 7/11% (a seconda del tipo di clip: si dedica più tempo a quelle dei broadcaster, 3 minuti e 30 secondi per ognuna, di meno a quella delle riviste online, appena 1 minuto e 15 secondi l’una).

In crescita anche i tassi di completamento, in particolare per i video legati alla categoria “brand”, ovvero videoportali B2B e servizi di e-commerce e/o vetrine commerciali. Con un +3,88% in primavera, i video brandizzati vengono completati 4 volte su 10 e si avvicinano ai video delle emittenti TV, completati nel 47-48% dei casi.

 

In compenso, per i video caricati su Internet dalle emittenti TV, esplode l’interesse verso le clip superiori ai 20 minuti. La loro completion rate è vistosamente maggiore di quella degli estratti brevi. Dunque chi cerca repliche on demand della programmazione televisiva vuole vedere l’intera puntata, non solo sequenze selezionate.

Infine, note sulla distribuzione geografica del consumo di online video. In testa, e stavolta la statistica era prevedibile, americani ed europei.

Il Vecchio Continente supera tutti tra Aprile e Giugno 2011, dedicando in media 4 minuti e 20 secondi per ogni singolo stream dei broadcaster TV, persino più degli internauti USA e più del doppio di quelli giapponesi.

Cinesi, brasiliani e indiani, evidenziati in grigio nel grafico a latere, amano invece la video pubblicità: è loro il primato di fidelizzazione ai video brandizzati, con 2 minuti e 25 secondi per clip, contro i 2 minuti scarsi del blocco angloeuropeo e i 57 secondi dei Paesi che si affacciano sul Pacifico (APAC).


L’identita’ personale nel sistema delle comunicazioni elettroniche: dai social network alla normativa comunitaria

Nov 12, 2011   //   by Francesco Soro   //   Blog, Pubblicazioni  //  No Comments
Articolo pubblicato sulla rivista Diritto Mercato Tecnologia del 12/11/2011
Sommario: 1. La privacy: una public choice; 2. Le accezioni di privacy: dall’ambito generale al contesto dei social network; 3. I dati personali come elemento chiave della privacy; 4. Privacy e dati personali: il punto d’incontro nell’ordinamento europeo; 5. Il tentativo di applicare la normativa ai social network; 6. L’interpretazione prevalente: i doveri del social provider; 7. Sfide da affrontare e promesse disattese.
1. La privacy: una public choice.
All’indomani dell’ennesimo aggiornamento delle impostazioni sulla privacy operato da Facebook, si rende necessario un ripensamento a più livelli da parte delle istituzioni in merito al significato della privacy che consenta di determinare, con maggior precisione rispetto all’attuale assetto giuridico, l’ambito di applicazione della normativa comunitaria in materia di trattamento dei dati personali, nonché l’ambito di competenza territoriale degli organi di vigilanza europei su servizi offerti online da parte di soggetti spesso non facilmente collocabili geograficamente.
Se da una parte è indubbio che sia strettamente compito delle istituzioni influenzare la scelta su ciò che è, o può diventare, di pubblico dominio e ciò che afferisce invece alla sfera privata, non altrettanto immediato sembra essere identificare i confini del ruolo delle istituzioni. Hansen [12] esemplifica tale criticità con il rifiuto di un’azienda di elaborare in modo trasparente i dati personali, facendo leva sul diritto concorrente alla proprietà intellettuale che l’azienda esercita, o vorrebbe esercitare, sui dati da essa detenuti a scopo commerciale. Si configura così il rischio, laddove le istituzioni non si facciano carico del compito di tracciare suddetti confini, che un soggetto privato si faccia portatore di una public choice nell’ambito della privacy.
2. Le accezioni di privacy: dall’ambito generale al contesto dei social network.
Il termine privacy può essere interpretato da diversi punti di vista. Philips [16] utilizza la seguente suddivisione: libertà dalle intrusioni; gestione delle identità; sorveglianza; separazione pubblico/privato. La libertà da intrusioni costituisce la nozione classica di privacy ed è strettamente legata alla definizione originale offerta da Warren e Brandeis [23], i quali hanno definito la privacy come “il diritto di essere lasciato solo”. Gurses e Berendt [11] pongono invece l’accento sulla “privacy come forma di occultazione”, concentrandosi quindi sull’aspetto della riservatezza.
La gestione delle identità è anche la capacità di costruirsi molteplici identità sociali, ovvero – con riferimento alla definizione di privacy Westin [24] – il diritto di un individuo  di “controllare, modificare, gestire ed eliminare le informazioni su loro e decidere quando, come e in quale misura tali informazioni siano comunicate ad altri”. In [11], gli autori configurano la “privacy come forma di controllo”, ponendo quindi l’accento sulla sfera individuale e sul diritto di autodeterminazione degli individui in merito alla diffusione di informazioni personali. Quest’ultima accezione è accolta anche dalla Direttiva europea 95/46/CE [8], con la quale si impone il dovere di trasparenza nel trattamento dei dati personali.
D’altra parte, secondo Philips [16], la sorveglianza “… si concentra meno sui danni cagionati specificamente agli individui e più sulle pratiche di creazione e gestione della conoscenza sociale, in particolare la conoscenza di gruppi della popolazione”, pertanto focalizzandosi sulla segmentazione e classificazione di gruppi all’interno di una popolazione.
Secondo Clauß et al. [4], l’insieme delle caratteristiche degli utenti che vengono registrate elettronicamente possono essere ricomprese sotto il termine “identità digitale”, poiché tale insieme di attributi o caratteristiche viene utilizzato per individuare l’identità dell’utente nel contesto di uno specifico dominio. Hansen e Meissner [13], d’altra parte, forniscono una definizione più ampia del termine identità – senza la specificazione “digitale”. Così ogni persona possiede una sola identità e l’identità digitale non è altro che un suo sottoinsieme. Contrariamente a questa definizione, Pfitzmann e Hansen [17] la definiscono come l’insieme di attributi che potrebbe condurre ad associare un utente con la sua identità. In altre parole, ogni utente possiede identità multiple che, nel loro complesso, costituiscono la sua identità completa; tuttavia, solitamente l’utente non fornisce la propria identità completa ai service provider (es. un social network) ma solo un suo sottoinsieme costituito da un determinato numero di attributi, generalmente detto “identità parziale”. Sebbene parziale, tale identità è sufficiente a rappresentare l’utente in un determinato contesto.
Il contesto definisce quali attributi personali l’utente è tenuto ad includere nella propria identità parziale. Lo stesso contesto può essere rappresentato dai soggetti con cui si instaura un rapporto di comunicazione. Pertanto, a ciascun contesto corrisponde l’attitudine naturale degli individui a gestire la propria identità in maniera intuitiva, spontanea. Mentre un’identità (digitale) definisce esplicitamente un utente, altrettanto non si verifica necessariamente per le identità parziali. A seconda del volume e del tipo di attributi personali inclusi in un’identità parziale, l’utente può essere identificabile o rimanere nell’anonimato. Per esempio, un utente rimane anonimo all’interno di un gruppo di utenti laddove l’insieme di attributi personali che costituiscono la sua identità parziale non siano sufficienti ad identificarlo inequivocabilmente [17].
D’altra parte, la connettività costituisce una seria minaccia per il principio di autodeterminazione, permettendo a terzi di acquisire informazioni che conducono all’identificazione vera e propria dell’individuo. Soprattutto nel social web, che si basa precipuamente sull’utilizzo e lo scambio di dati personali, la combinazione delle differenti identità parziali – come riconosciuto anche nel rapporto di ENISA [5] – può facilitare i furti di identità.
Secondo Pfitzmann e Hansen [17] due identità parziali non sono collegabili se non è possibile stabilire l’esistenza di una relazione fra di esse. Dal punto di vista tecnico, due identità parziali sono collegabili se un attributo personale risulti identico in entrambe le identità parziali o se una combinazione degli attributi personali permette di stabilire una relazione [13].
La difficoltà nell’individuare possibili minacce di connessione risiede nell’identità nascosta dell’aggressore. Soprattutto nel social web, dove le identità parziali sono disseminate su numerosi siti, è difficile prevedere le intenzioni dell’aggressore. Per esempio, mentre Giordano permette a Daria di accedere alla sua identità parziale 1, che non contiene informazioni che permettano di identificarlo, Daria potrebbe essere in grado di costruire un’identità parziale che contiene più informazioni parziali di quelle che Giordano aveva originariamente deciso di rendere note a Daria. Nel peggiore dei casi, Daria potrebbe rivelare l’identità di Giordano. È questa la situazione di pericolo che molti osservatori contestano ai dirigenti di Facebook con ancor più veemenza dallo scorso settembre.
3. I dati personali come elemento chiave della privacy.
Dopo aver definito i termini identità e identità parziale, passiamo a definire i “dati personali”. Stando al testo della Direttiva europea 95/46/CE (c.d. Data Protection Directive), i dati personali si definiscono come “qualsiasi informazione concernente una persona fisica identificata o identificabile («persona interessata»); si considera identificabile la persona che può essere identificata, direttamente o indirettamente, in particolare mediante riferimento ad un numero di identificazione o ad uno o più elementi specifici caratteristici della sua identità fisica, fisiologica, psichica, economica, culturale o sociale”[8].
La stessa fonte suddivide i dati personali in sei gruppi di attributi utili a descrivere una persona, includono fra cui i dati fisici, fisiologici, mentali, economici, culturali e sociali. In aggiunta, i dati relativi a un utente identificabile permettono la diretta identificazione della persona interessata. L’Independent Centre for Privacy Protection identifica i seguenti quali attributi unici di una persona [14]: sesso, nome di battesimo, cognome, data di nascita, luogo di nascita, numero del certificato di nascita, identità dei genitori, nazionalità, luogo di residenza e professione. Molti di questi attributi sono indicati nei documenti di identità e rappresentano pertanto un elemento di grande valore per l’identificazione, sebbene tale valore dipenda strettamente dall’entità del gruppo in cui l’individuo cerchi l’anonimato.
Mentre è indubbio che suddetti punti di vista sulla privacy restino validi, la definizione deve necessariamente essere estesa in modo da essere applicabile al social web, che intrinsecamente riguarda la condivisione di informazioni personali, investendo pertanto gli obblighi di legge, l’interesse dei policy maker di dalla farsi interprete delle esigenze della società, nonché la richiesta dell’utente finale di tutela della propria privacy. In ultima istanza, si tratta di elaborare un modello multilaterale di tutela della privacy mirando ad un equilibrio tra le diverse esigenze dei diversi soggetti coinvolti.
4. Privacy e dati personali: il punto d’incontro nell’ordinamento europeo.
Analizziamo dunque le direttive europee pertinenti nell’ambito della privacy al fine di individuare le radici normative per il trattamento dei dati personali, in particolare nel campo dei social media – in particolare, la Direttiva Protezione Dati 95/46/CE [8] e la Direttiva relativa alla vita e alle comunicazioni elettroniche 2002/58/CE [7], che contiene norme speciali per l’elaborazione dati nelle comunicazioni elettroniche. La prima direttiva è stata adottata dopo l’approvazione, da parte del Parlamento europeo nell’ottobre 1995, di una Risoluzione per regolare il trattamento dei dati personali, ma ci sono voluti diversi anni affinché gli Stati membri recepissero e dessero attuazione alla direttiva nell’ambito del diritto nazionale. La Germania, ad esempio, non l’ha recepita prima del 2001, il che mostra chiaramente la complessità della legge che regola il trattamento dei dati personali.
Le due direttive sopra menzionate sono integrate da pubblicazioni di follow-up elaborate dal Gruppo di lavoro sulla protezione dei dati del Commissario europeo per la protezione dei dati (c.d. Article 29 Data Protection Working Party poiché istituito dall’art. 29 della Direttiva del ’95), un organo indipendente di consulenza chiamato ad offrire soluzioni a problemi pratici e a fornire linee guida per l’applicazione delle direttive di cui sopra [9].
La normativa europea è poi stata integrata con Direttiva 2006/24/CE riguardante la conservazione di dati generati o trattati nell’ambito della fornitura di servizi di comunicazione elettronica accessibili al pubblico o di reti pubbliche di comunicazione [21], dal Regolamento CE n. 2006/2004 sulla cooperazione tra le autorità nazionali responsabili dell’esecuzione della normativa a tutela dei consumatori [22] e, da ultimo, dalla Direttiva 2009/136/CE recante modifiche alle precedenti [20], sebbene nel 2008 il Consiglio europeo sia intervenuto con una Decisione Quadro – la 2008/977/JHA – sulla protezione dei dati personali trattati nell’ambito della cooperazione giudiziaria e di polizia in materia penale [6].
Come anticipato, la locuzione “dati personali” comprende tutte le informazioni riguardanti una persona fisica identificata o identificabile. Una persona è identificabile, ad esempio, quando utilizza un identificativo (ID) univoco ovvero uno o più elementi specifici della propria identità fisica, economica, culturale o sociale. Pertanto, la Direttiva si concentra esclusivamente sulle persone fisiche.
La Direttiva non fa distinzione tra trattamento dei dati automatico e manuale; si dice, pertanto, che essa sia agnostica rispetto alla tecnologia (technology agnostic). Sono state inoltre operate alcune eccezioni nel trattamento dei dati personali per cui non è previsto il rispetto delle disposizioni dettate dalla Direttiva: si tratta delle informazioni raccolte nel perseguimento della tutela e della sicurezza nazionale.
I principali capisaldi della Direttiva possono essere riassunti come segue: 1) legalità; 2) consenso; 3) limitazione delle finalità; 4) necessità; 5) trasparenza; 6) sicurezza dei dati; 7) controllo. Se da una parte suddetti aspetti forniscono una prima panoramica su come applicare la direttiva, corre tuttavia l’obbligo di approfondire ulteriormente ciascuno di essi. Infatti, la Direttiva 95/46/CE è stata adottata nel 1995, un periodo in cui il World Wide Web ha iniziato a guadagnare slancio, ma in cui termini come web 2.0 e social web erano ancora sconosciuti. Ciò solleva la questione se la Direttiva sia applicabile a questi nuovi ambiti, che si affidano pesantemente alla partecipazione degli utenti e alla contribuzione di questi ultimi con i propri dati personali.
La legittimità della domanda è sostenuta dalla moltitudine di pubblicazioni del Data Protection Working Group, di diversi progetti europei correlati (come PrimeLife [18]) e altre pubblicazioni scientifiche (tuttavia per lo più incentrate specificamente sui social network e sull’aspetto tecnologico legato alla salvaguardia dei dati personali, piuttosto che sull’aspetto normativo). Del resto, l’applicazione della direttiva non è un compito banale, poiché non esiste una definizione coerente dei termini social web e social media, la cui evoluzione, associata all’invenzione costante di nuove tecnologie e applicazioni, rende ancor più arduo l’ambizioso compito. E del resto, la normativa europea sulla protezione dei dati non risulta aggiornata sufficientemente spesso per rimanere al passo con tale evoluzione del social web, causando disambiguità e lasciando spazio a pericolose interpretazioni, quanto meno per il rischio che si discostino dalla volontà del legislatore europeo. Così Garrie et al. [10] propongono che il Data Protection Working Group si riunisca a cadenza regolare per rivalutare l’attuale quadro normativo di regolamentazione e per offrire adeguate policy recommendations.
5. Il tentativo di applicare la normativa ai social network.
Il Data Protection Working Group pone l’accento sulle questioni di attualità legate alla privacy soprattutto per quanto riguarda i social network [1]. In particolare, è oggetto di dibattito la capacità dei service provider di creare facilmente database di grandi dimensioni e di renderli fondamento del loro modello di business. Per esempio, l’accesso a tali dati può essere venduto a terzi per permettere forme di pubblicità personalizzata.
La ricerca che si è occupata dell’applicabilità della Direttiva, come anticipato, è stata condotta nell’ambito del progetto PrimeLife [18]. In esso gli autori concludono che la normativa europea si applica anche agli operatori con sede legale al di fuori dell’Unione Europea solo al ricorrere di almeno una di due condizioni: “1) se il trattamento dei dati personali avviene all’interno del SEE (SEE sta per Spazio Economico Europeo); 2) se il trattamento dei dati avviene al di fuori del SEE ma avvalendosi di attrezzatura con base all’interno del SEE”. Secondo questa interpretazione, i cookie (“frammenti di testo inviati da un server ad un web client (di solito un browser) e poi rispediti dal client al server – senza subire modifiche – ogni volta che il client accede allo stesso server [25]”) sono identificabile quale “attrezzatura” poiché comunemente usati per tracciare un utente nel corso di più sessioni e per memorizzare informazioni aggiuntive lato client. Poiché i cookie memorizzati di appartengono a client cittadini dell’UE, i fornitori di servizi utilizzano apparecchiature all’interno dell’Unione europea. Analogamente, il Data Protection Working Group [1] conclude che la Direttiva trovi quasi sempre applicazione nei confronti dei provider di social network, benché la loro sede principale si trovi al di fuori dell’Unione europea.
6. L’interpretazione prevalente: i doveri del social provider.
I fornitori del social web sono pertanto chiamati a rispettare pienamente i sette requisiti elencati cui si accennava precedentemente. In tal modo la sicurezza dei dati diventa di fondamentale importanza per stabilire l’affidabilità delle applicazioni social web: i fornitori di servizi sono infatti chiamati ad adottare appropriate misure tecniche e organizzative di sicurezza, sia nella fase di progettazione di nuovi sistemi informativi (che elaborano dati personali) che nella fase di piena operatività. Sintetizzando i risultati, i fornitori di servizi sono chiamati a [1]:
• informare l’utente circa lo scopo di elaborazione dati, ad esempio per la pubblicità personalizzata, la condivisione dei dati con terzi e il trattamento dei dati altamente sensibili;
• fornire meccanismi per ridurre il rischio che terzi possano accedere ai dati personali. Inoltre i dati personali devono essere esclusi dall’indicizzazione operata dai motori di ricerca;
• offrire modalità semplici per cancellare completamente i propri dati;
• richiedere il consenso della persona interessata a includere i riferimenti alla propria persona (per esempio per il “tag” di foto su Facebook);
• informare l’utente su eventuali rischi legati alla violazione della privacy;
• pubblicare dati personali sensibili solo se la persona interessata abbia esplicitamente dato il suo consenso.
Analogamente il Working Group stabilisce i seguenti diritti della persona interessata: utilizzare un servizio specifico nel social web senza ricorrere all’utilizzo di dati personali, ma ricorrendo a uno pseudonimo; veder garantita, da parte del fornitore di servizi, la conformità dei diritti del soggetto interessato (sia che si tratti di soci del servizio che a soggetti non ne siano soci) con gli articoli 12 e 14 della Direttiva Protezione Dati.
Il 4 novembre 2010 la Commissione europea ha pubblicato una bozza di comunicazione con la quale proponeva “un approccio globale alla protezione dei dati all’interno dell’Unione europea”, al fine di modernizzare il sistema giuridico europeo per la protezione dei dati personali. La comunicazione è il risultato della revisione effettuata dalla Commissione del quadro giuridico attuale, iniziato con una Conferenza di Alto Livello tenutasi a Bruxelles nel maggio 2009 e seguita da una consultazione pubblica e ulteriori consultazioni mirate con gli stakeholder, tenutesi nel corso di tutto il 2010. Benché la Commissione ritenga che i principi fondamentali della Direttiva siano ancora validi, la Comunicazione riconosce che l’attuale quadro giuridico per la protezione dei dati nell’Unione europea non sia più in grado di affrontare le sfide poste dai rapidi sviluppi tecnologici e dalla globalizzazione. La comunicazione pone poi sfide specifiche, compresa l’esigenza di:
• chiarire e specificare l’applicazione dei principi di protezione dei dati alle nuove tecnologie (ad esempio, al social web e al cloud computing);
• migliorare l’armonizzazione tra le leggi di protezione dei dati fra Stati membri dell’UE;
• semplificare il trasferimento transfrontaliero di dati, rendendolo meno gravoso;
• aumentare l’effettiva applicazione da parte delle autorità nazionali preposte alla protezione dei dati.
La Comunicazione dovrà servire come base per ulteriori future discussioni e valutazioni; in particolare, la Commissione ha invitato le parti interessate e il pubblico a commentare le proposte entro il 15 gennaio 2011, con l’intenzione di raccogliere spunti di riforma normative e di valutare la necessità di adeguare altri strumenti giuridici al nuovo quadro di protezione dei dati.
7. Sfide da affrontare e promesse disattese.
I risultati indicano che esiste un divario tra la direttiva 95/46/CE e la rapida evoluzione del web sociale. Mentre la direttiva è tecnologicamente agnostica, essa trova applicazione nell’ambito delle recenti tecnologie, come il social web, e dei problemi di privacy a esse connessi. Tuttavia, mentre la direttiva fornisce una solida base per proteggere la privacy dell’utente negli Stati membri dell’Unione europea, lo scambio di dati con i paesi terzi non risulta sufficientemente regolamentato, generando implicazioni legate alla privacy, la cui protezione al di fuori dell’Unione europea non può essere garantita. La Commissione europea non ha mancato di riconoscere le sfide attuali, pubblicando, quale documento per la consultazione, la bozza della Comunicazione per modernizzare l’applicazione dei principi di protezione dei dati alle nuove tecnologie. Tuttavia, sono duecentottantotto i documenti pervenuti alla Commissione da parte di pubbliche amministrazioni, organizzazioni e liberi cittadini, ma del testo definitivo della Comunicazione ad oggi ancora non si conoscono i risultati.
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Note:
[1] ARTICLE 29 DATA PROTECTION WORKING PARTY, Opinion 5/2009 on online social networking, June 2009.
[2] CAMENISCH, J., ET AL, Privacy and Identity Management for Everyone, 2005.
[3] CARTER, V., Privacy Please: A Privacy Curriculum Taxonomy (PCT) for the Era of Personal Intelligence. College Teaching Methods & Styles Journal. 2007. Third Quarter 2007: 3 (3).
[4] CLAUß, S., KESDOGAN, D., KOLSH, T., Privacy Enhancing Identity Management: ProtectionAgainst Re-identification and Profiling, 2005.
[5] ENISAPosition Paper, Security Issues and Recommendations for Online Social Networks, 2007.
[6] EUROPEAN UNION, Council Framework Decision 2008/977/JHA of 27 November 2008 on the protection of personal data processed in the framework of police and judicial cooperation in criminal matters, Official Journal L 350 , 30/12/2008 P. 0060 – 0071, 2008.
[7] EUROPEAN UNION, Directive 2002/58/EC of the European Parliament and of the Council of 12 July 2002 concerning the processing of personal data and the protection of privacy in the electronic communications sector, 2002.
[8] EUROPEAN UNION, Directive 95/46/EC of the European Parliament and of the Council of 24 October 1995 on the Protection of Individuals with Regard to the Processing of Personal Data and on the Free Movement of such Data, 1995.
[9] FISCHER-HÜBNER, S., Hedbom, H., Karlstad, U. Privacy and Identity Management for Europe – Framework V3. March 2008
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[11] GURSES, S., BERENDT, B., The Social Web and Privacy: Practices Reciprocity and Conflict Detection in Social Networks, 2009.
[12] HANSEN, M., User-controlled identity management: the key to the future of privacy, 2008.
[13] HANSEN, M., MEISSNER, S., Verkettung digitaler Identitäten, 2007.
[14] INDEPENDENT CENTRE FOR PRIVACY PROTECTION and Studio Notarile Genghini, Identity Management Systems, Identification and Comparison Study, 2003
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[19] STAZI, A., La comunicazione elettronica delle informazioni, la loro utilizzazione commerciale e le esigenze di tutela della privacy e sicurezza dei dati, Diritto Mercato Tecnologia, 2011.
[20] UNIONE EUROPEA, Direttiva 2009/136/CE del Parlamento europeo e del Consiglio del 25 novembre 2009 recante modifica della direttiva 2002/22/CE relativa al servizio universale e ai diritti degli utenti in materia di reti e di servizi di comunicazione elettronica, della direttiva 2002/58/CE relativa al trattamento dei dati personali e alla tutela della vita privata nel settore delle comunicazioni elettroniche e del regolamento (CE) n.  2006/2004 sulla cooperazione tra le autorità nazionali responsabili dell’esecuzione della normativa a tutela dei consumatori, 2009.
[21] UNIONE EUROPEA, Direttiva 2006/24/CE del Parlamento europeo e del Consiglio riguardante la conservazione di dati generati o trattati nell’ambito della fornitura di servizi di comunicazione elettronica accessibili al pubblico o di reti pubbliche di comunicazione e che modifica la direttiva 2002/58/CE, 2006.
[22] UNIONE EUROPEA, Regolamento CE n. 2006/2004 del Parlamento europeo e del Consiglio del 27 ottobre 2004 sulla cooperazione tra le autorità nazionali responsabili dell’esecuzione della normativa che tutela i consumatori («Regolamento sulla cooperazione per la tutela dei consumatori»), 2004.
[23] WARREN, S., BRANDEIS, L., The right to privacy, 1890.
[24] WESTIN, A.F., Privacy and Freedom, 1967.
[25] WIKIPEDIA, voce: “cookie” [disponibile online] http://it.wikipedia.org/wiki/Cookie [ultimo accesso 6 ottobre 2011]
[26] WONG, R., SAVIRIMUTHU, J., All or nothing: this is the question?: The application of Art. (2) Data Protection Directive 95/46/EC to the Internet, 2008. In: John Marshall Journal of Computer & Information Law 2 (2008), S. 241– 266.

Tablet tv e Tv lineare: analisi delle curve di ascolto

Oct 17, 2011   //   by Francesco Soro   //   Blog, Pubblicazioni  //  No Comments

Articolo pubblicato su Next Tv del 17/10/2011

Appena 3 mesi fa BBC ha lanciato la versione internazionale del suo servizio di catch up TV: l’acclamato, sebbene ancora assai poco imitato, iPlayer. Undici le nazioni, Italia inclusa, dove è possibile accedere in streaming on demand alla programmazione del broadcaster di Sua Maestà la Regina.

Se in patria l’iPlayer è gratuito, in quanto finanziato dal canone, nonchè fruibile da un’ampia congerie di device Internet-connessi, in Europa utilizzarlo costa 7 euro al mese, ma soprattutto è un “lusso” limitato ai possessori di iPad. Per ora i modelli con sistema operativo non-Apple, Android in primis, sono tagliati fuori. Dunque tablet, e non pc o Connected TV con i loro spesso confliggenti standard tecnici, come soluzione universale per espandersi su scala globale.

La centralità assegnata dai dirigenti della British Broadcasting Corporation al ruolo dei tablet nel delineare i nuovi confini digitali del consumo di TV si fonda a onor del vero più su proiezioni statistiche che su consolidate realtà di mercato. A Giugno TMT Research/Deloitte parlava di una penetrazione delle tavolette sul mercato britannico inferiore al 2% della popolazione (contro il 5% negli USA). Possiamo immaginare che nel resto dell’Unione Europea lo scenario sia all’incirca equivalente. Benchè i numeri crescano alla velocità della luce, a ritmi da +80% tra un trimestre e il successivo, con segnali a dir poco ottimistici in arrivo da Cina e India (dove il 35% e il 16% degli internauti ha acquistato un tablet negli ultimi 2 anni), al momento il campione d’indagine della TV su tablet si limita a 500.000 / 750.000 inglesi più qualche migliaio di neo-abbonati d’oltre Manica.

Tuttavia, i dati che affluiscono da questo nucleo di early adopter sono inequivocabili: l’epoca del mono-schermo televisivo è giunta al capolinea. Nella nuova era della TV multischermo le trasmissioni BBC ricevono dagli iPad una significativa spinta in avanti. In particolare i contenuti in diretta.

Secondo quanto ha rivelato nei giorni scorsi Daniel Danker, direttore generale della struttura Video On Demand in BBC, mentre l’accesso all’archivio programmi tramite iPlayer per pc è tendenzialmente asincrono rispetto al palinsesto lineare – ovvero il pubblico usa l’iPlayer su pc di pomeriggio e in seconda serata per recuperare le puntate perse, riservando il proprio tempo nel prime time alla cara, vecchia TV e ai nuovi episodi dei suoi show preferiti – per l’iPlayer su tablet si nota un utilizzo simultaneo e parallelo alla BBC lineare, con punte di ascolti negli stessi orari, tra le 20 e le 23.

In parole povere, i tablet non sono percepiti come uno strumento accessorio di catch up TV nei momenti morti dei canali generalisti, bensì come un’estensione da affiancare alla TV in chiaro di prima serata. Una fascia nella quale entrambi gli apparecchi sono quindi accesi contemporaneamente, con tutto quel che ne consegue in termini di potenziale per applicazioni di Social TV e pubblicità interattiva.

L’abitudine a sovrapporre televisione e tablet è stata confermata da uno studio pubblicato da Nielsen sempre negli ultimi giorni. Secondo il gigante delle rilevazioni dell’audience, il 40% dei proprietari di tablet e smartphone ne fa uso quotidianamente mentre è impegnato a guardare la TV. Nel sotto-insieme dei soli tablet owners si sale addirittura al 70% di regolari del multi-tasking «parecchi giorni a settimana».

In prevalenza le attività sono slegate dal contesto delle trasmissioni in onda. Si controlla l’e-mail (60% degli intervistati da Nielsen) e si navigano siti su altri argomenti (46%), in pari misura durante lo lo show e durante i break commerciali. Un dato sorprendente, quest’ultimo, ma in linea con il concetto di multi-tasking: non c’è separazione netta tra i device, si fanno più cose su più device allo stesso tempo.

Nel 42% dei casi si consultano i social network. Assai più le donne (48%) che gli uomini (35%). E qui già è probabile che i due livelli – quello televisivo e quello online filtrato dal tablet – coincidano. Non è chiaro dai grafici Nielsen quanti, in quel 42%, conversano o leggono conversazioni/messaggi su Twitter e Facebook relative al format che stanno seguendo. Sappiamo però che, a prescindere dai social network, il 29% del pubblico cerca con i tablet informazioni sulla programmazione televisiva, presumibilmente su quello che ha visto a schermo un istante prima.

Elevati anche i numeri di chi usa tablet e smartphone per documentarsi meglio su un prodotto reclamizzato negli spot: il 19% setaccia il web per dettagli sulla merce, il 13% per coupon e sconti vari.

Ma cosa spinge gli utenti ad tenere accesi i propri iPad, Xoom, Transformer e Galaxy Tab vicino al telecomando?

Daniel Danker sottolinea due aspetti: «sono facili da usare e personalizzano la TV. Grazie a loro ci incamminiamo verso una nuova fase nello sviluppo dell’iPlayer. Accanto alla funzione storica di piattaforma per la TV time shifted nel daytime e di notte, la tendenza ad adoperare l’iPlayer sui tablet in prima serata ci motiva a sincronizzare gli spettacoli in onda con applicazioni interattive di accompagnamento. On air e online a braccetto vanno così a creare un’esperienza di intrattenimento unica. Non si partecipa più soltanto il giorno dopo, se capita, sul sito o la Fan Page ufficiale; si partecipa in tempo reale, la sera, prestando attenzione ad almeno due schermi in simultanea».

Crowdfunding: i finanziamenti on line per l’industria audiovisiva

Oct 5, 2011   //   by Francesco Soro   //   Blog, Pubblicazioni  //  No Comments

Articolo pubblicato su Next Tv del 5/10/2011

La leggenda vuole che Sam Raimi, regista di Spider-Man e Drag Me To Hell, tra il 1979 e il 1980 andasse raccattando a destra e manca fondi per il suo futuro capolavoro horror The Evil Dead (La Casa) insieme all’amico di infanzia e futuro attore di culto Bruce Campbell. Per iniziare le riprese i due avevano bisogno di 375.000 dollari. Riuscirono finalmente a completare la raccolta grazie all’aiuto di quattro dentisti con le rispettive mogli. Stando al racconto di Campbell, riuscirono a strappare fiducia e contanti durante una cena, dopo aver proiettato una sorta di anteprima de La Casa (un corto in Super8, Within The Woods, girato nel 1978 con un budget di appena 1.600 dollari).

A quanto pare, uno dei dentisti li finanziò esclamando «vado spesso a Las Vegas a buttare 2.000 dollari; beh, stavolta i miei soldi di Vegas voglio buttarli con il vostro film». Quella volta i 2.000 dollari tornarono indietro al medico-scommettitore moltiplicati per 17.

Nell’epoca del Social Cinema, al posto dei dentisti danarosi e degli assegni per Las Vegas i filmmaker indipendenti hanno a disposizione uno strumento infinitamente più potente: il crowdfunding. Proponendo progetti e ambizioni nelle sezioni tematiche di piattaforme specializzate come Kickstarter o IndieGoGo, legioni di cineasti giovani e meno giovani coronano sogni un tempo impossibili, popolando l’industria di film, documentari, webseries e ogni sorta di audiovisivo auto-prodotto grazie alle donazioni spontanee degli internauti.

La stella di YouTube Freddie Wong ha battuto diversi record poche settimane fa, quando la sua idea di lungometraggio action/comedy, Videogame High School, ha riscosso su Kickstarter 77.000 dollari in 24 ore. Esattamente 2.000 in più dei 75.000 necessari.

Mentre scriviamo queste righe, alla pagina per supportare Videogame High School sono rimasti 16 giorni di vita, in base alle regole del portale. Sebbene l’obiettivo minimo sia stato ottenuto, c’è ancora tempo per aderire all’appello di FreddieW e consentirgli di largheggiare con attrezzature ed effetti speciali. Gli iscritti che hanno confermato il sostegno, carta di credito alla mano, sono già 2.500, per un totale di 126.000 dollari. I contabili di Kickstarter inizieranno a versarli nel conto corrente dello YouTuber il 22 Ottobre, trattenendo per il servizio una commissione del 5%.

Oltre alla soddisfazione di aver partecipato alla creazione di uno dei primi “YouTube movies” della storia, i 2.500 crowd-investitori potranno scaricare il film HD (donazioni fino a 10 dollari), ricevere l’edizione in dvd firmata dall’intero cast (donazioni fino 25 dollari), poster e t-shirt sempre firmati (50 dollari), una consulenza personalizzata per sviluppare il proprio canale YouTube (500 dollari), i credits di produttore associato nei titoli di coda (1.000 dollari) o un video ad hoc di FreddieW vestito da Abramo Lincoln, George Washington o qualsiasi altro padre fondatore degli Stati Uniti a scelta, in segno di ringraziamento per il patriottismo dimostrato nel rendere possibile Videogame High School. Per quest’ultimo bonus promozionale bisognava donare esattamente 1.776 dollari – il 1776 è l’anno della Dichiarazione d’Indipendenza americana – ed era libero un unico slot. Immediatamente assegnato a un anonimo crowd-sponsor.

Se per qualsiasi motivo il pledge, ovvero la domanda di finanziamento, non avesse invece conquistato il target previsto entro il termine previsto, tutti gli impegni assunti sarebbero stati annullati e nessuna somma, neppure simbolica, sarebbe mai stata sottratta dagli account dei “soci” Kickstarter che avevano concesso l’autorizzazione.

Sebbene FreddieW sia un caso limite di successo, la Kickstarter Economy sta progressivamente contagiando tanto orde di aspiranti filmmaker quanto le star di Hollywood (Jon Heder di Napoleon Dynamite ha battuto questa strada neppure 6 mesi fa).

I progetti audiovisivi finanziati sono già 3.500, su oltre 10.000 vincenti in tutte le categorie su cui si declina il servizio, dalle arti all’editoria, dalla moda alla scienza alla musica alle nuove tecnologie. C’è un’intera area, ad esempio, dedicata alla webseries, dove persino progetti di modeste ambizioni come Garg Hunter, il cacciatore di Gargoyle, trovano gli altrettanto modesti fondi (3.026 dollari su 2.500 richiesti) per iniziare le riprese. Il fenomeno è talmente dilagato che online imperversano parodie delle varie campagne di raccolta fondi e graffianti satire.

Le risorse complessivamente generate ammontano a 35 milioni di dollari, di cui 12 per film comici o drammatici, 12 per i documentari, 11 per il segmento cortometraggi e 2 per webseries e animazioni.

Secondo il co-fondatore di Kickstarter, Yancey Strickler, gran parte degli autori di documentari e pellicole indipendenti cercano ormai abitualmente di attrarre almeno una parte di investitori tramite il crowdfunding.

Urbanized, la nuova opera imperniata sul design urbano dell’acclamato regista di Helvetica Gary Hustwit, ha alzato 118.505 dollari del suo budget in questo modo.

Pariah, travolgente trionfo al Sundance Festival 2011 del regista-sceneggiatore esordiente Dee Rees, considerato dalla critica un possibile candidato agli Oscar, ha incassato una sostanziale porzione del suo stringatissimo preventivo – 10.000 dollari per la precisione – dal crowdfunding.

Lo stesso era accaduto quest’inverno alla commedia fantascientifica Iron Sky, del finlandese Timo Vuorensola, beniamino del pubblico web da quando nel 2005 diresse il seminale Fan Movie Star Wreck: In The Pirkinning.

Non sempre è indispensabile giocare alla ruota del crowdfunding tutte le carte. Spesso può bastare quel contributo addizionale che mancava a far quadrare i conti. Nel tempo, inoltre, va crescendo anche il ruolo di Kickstarter come motore di ricerca e scoperta per cinefili generosi.

Elisha Yaffe e il suo partner creativo e produttivo Dan Cohen avevano girato la loro prima webseries, Remember When, con 2.400 dollari recuperati via pledge nel 2010. All’epoca i donatori erano in prevalenza amici e familiari. Per il nuovo progetto, Girl Crazy, si è arrivati a 3.600 dollari su una base di sponsor quasi tripla (95 contro i 32 di Remember When). Il fundrising di Girl Crazy ha potuto contare sull’espansione della base utenti della piattaforma.

Un’altra case history recente legata all’universo webseriale è quella di Jesse Thorn, Per la  seconda stagione del suo Put This On, una fiction digitale dedicata alla sartoria e all’abbigliamento di classe su misura, sono entrati in cassa 70.000 dollari. Serviranno a viaggiare tra Londra, Milano e New York in cerca dei migliori sarti in circolazione. Nel 2009 la puntata pilota di Put This On era stata tra le primissime a beneficiare dell’allora neonata Kickstarter, raccogliendo però solo 4.000 dollari.

«All’inizio il donatore medio era mosso da istinti quasi caritatevoli – spiega Thorn – ma nel tempo ha compreso che il crowdfunding è una transazione finanziare. Non danno più 2 dollari per simpatia, ma 20, 200 o 2.000 per sentirsi azionisti di una start-up, imprenditori virtuali di una nuova forma di show business».

La e-security nell’era di twitter

Feb 18, 2011   //   by Francesco Soro   //   Blog, Pubblicazioni  //  No Comments

La e-security e le misure necessarie a garantire la sicurezza della navigazione on-line, diventano, con la diffusione dell’uso di internet, sempre più grandi temi sui quali è necessario concentrarsi. Non va poi dimenticato che il vasto pubblico di internet è composto, per la maggioranza, da minori e giovanissimi, cresciuti nell’era della tecnologia e maggiormente esposti ai rischi della navigazione in rete. Ed è proprio ai minori che va rivolta la maggiore attenzione. [articolo pubblicato su Social News 2/2011]

 

Un mondo globale che si muove sulla rete, un flusso ininterrotto di informazioni che in tempo reale raggiungono milioni di utenti di ogni età, ovunque. È l’era di internet, quel mondo virtuale e parallelo in grado di annullare le distanze e rendere accessibili al grande pubblico notizie che resterebbero invece patrimonio di pochi. Un mondo nel quale si scardina la piramide tra produttori e consumatori di notizie: non più pochi (produttori) per molti (consumatori), ma molti per molti. Anzi, per moltissimi. Le fonti si moltiplicano, e con loro si moltiplicano, in modo esponenziale, gli utenti. Tutto ciò stravolge le coordinate classiche del dominio delle informazioni, vero cardine del potere contemporaneo. Le conseguenze sono imprevedibili e potenzialmente dirompenti. Basti pensare a quel che sta accadendo ai nostri dirimpettai dell’Africa mediterranea: una dura crisi economica (frutto, peraltro, paradossale dello sviluppo di quei Paesi, nei quali il costo dei beni primari è cresciuto più della capacità di spesa dei cittadini) per la prima volta è diventata rivolta sociale, capace di destabilizzare un’intera regione grazie anche al ruolo dei social network. Twitter e Facebook hanno contribuito alla diffusione della protesta con un passaparola tra giovani utenti difficile da interrompere, se non con l’oscuramento della rete.

E non è un caso se tutti i regimi non democratici tendono a censurare in modo più o meno massiccio l’uso della Rete. Assistiamo anche a profonde trasformazioni nelle relazioni interpersonali e nella comunicazione, specialmente tra i più giovani: chi controlla l’autenticità delle notizie diffuse e, soprattutto, come è possibile evitare che “informazioni sensibili” finiscano con un click alla mercé di chiunque? La e-security e le misure per garantire la sicurezza della navigazione on-line diventano, con la diffusione di internet, sempre più grandi temi sui quali è necessario concentrarsi. Non va poi dimenticato che il vasto pubblico di internet è composto, per la maggioranza, da minori e giovanissimi, cresciuti nell’era della tecnologia e maggiormente esposti ai rischi della navigazione in rete. Ed è proprio ai minori che va rivolta la maggiore attenzione. Se si considerano i dati diffusi dall’Unione Europea sull’uso di internet, i quali indicano in 8 milioni i giocatori abituali on-line, in 18 milioni gli utenti iscritti a “Second life”, e in 500 milioni i registrati a Facebook, e l’incremento esponenziale delle vendite di beni e prodotti on-line, con un ricavato che raggiunge il miliardo di dollari, appare evidente che i rischi maggiori sussistono soprattutto per le giovani generazioni, peraltro in possesso di minori strumenti per valutare criticamente i rischi derivanti da un uso eccessivo di internet. I dati pubblicati nel 10° Rapporto Nazionale dell’Infanzia e dell’Adolescenza di Eurispes e Telefono Azzurro ci confermano l’aumento dell’utilizzo delle nuove tecnologie tra i giovani. Secondo quanto rilevato, il 71,1% degli adolescenti possiede un profilo su Facebook, il 17,1% su MySpace e una percentuale minore (10,4%) utilizza Habbo.

Dati Istat raccolti in occasione dell’indagine “Cittadini e nuove tecnologie” informano che, dal 2005 al 2008, l’utilizzo del pc e di internet è cresciuto soprattutto per la fascia di età compresa tra gli 11 e i 19 anni. I maggiori incrementi nell’uso di internet si rilevano, invece, nella fascia di età 11-14 anni (15,1%) e in quella 15-17 (13,2%), con un aumento meno consistente (4,8%) per la fascia di età 18-19 anni. Secondo gli ultimi dati Comscore, rilevati a dicembre 2008, su 282,7 milioni di utenti internet in Europa al di sopra dei 15 anni di età, circa 211 milioni (il 74,6% del totale) hanno visitato un social network: il primato va alla Gran Bretagna con il 79,8%, seguita da Spagna, Portogallo e Danimarca. L’Italia si colloca al quinto posto, con un 69,3% di visite. Le ultime indagini condotte e pubblicate nel 10° Rapporto Nazionale rivelano, poi, come quasi la metà degli adolescenti (47%) abbia maturato esperienza di contatti in rete allo scopo di fornire dati personali, il 41,4% è entrato in siti che indicavano il divieto di accesso ai minori e il 39,8% ha ricevuto almeno una volta richieste di incontro dal vivo da uno sconosciuto sul web. Non mancano poi contatti con persone che hanno rivelato di aver falsato la propria identità e percentuali allarmanti su visioni di immagini inadatte (24,9%) o ricezione di messaggi volgari e offensivi (20,7% degli utenti intervistati). Per accedere ad un social network, o semplicemente acquistare qualcosa sui siti specializzati, è sufficiente creare un proprio “profilo”, ossia condividere informazioni personali. In poche parole, “raccontarsi”, o mettere a disposizione di estranei i cosiddetti “dati sensibili”. Ed un minore incontra maggiori difficoltà a comprendere quanto questo possa risultare rischioso in termini di sicurezza personale. È per questo che la web security, specialmente sul tema della tutela dei minori, rappresenta oggi una delle nuove frontiere del diritto.

D’altra parte, pur consapevoli delle difficoltà che comporta l’esaurire in modo esaustivo la normativa sul rapporto tra internet e minori, si tratta di un aspetto al quale chi, come me, è alla guida di un Ente già impegnato a vigilare sulla tutela dei minori in rapporto al mondo televisivo e ai media tradizionali, non può che essere particolarmente sensibile. Mentre, infatti, ai sensi dell’ampia giurisprudenza esistente in materia di minori e televisione, l’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni (AgCom) ha delegato alle sue articolazioni territoriali – i Comitati Regionali per le Comunicazioni (Corecom) -, l’attività di vigilanza e monitoraggio sulla programmazione televisiva locale, comprese le eventuali violazioni in materia di tutela dei minori, la complessità del mondo internet e la continua evoluzione delle fonti giurisprudenziali impediscono di essere altrettanto efficaci nel raggiungimento dell’obiettivo. Ma proprio per questo, per l’esperienza derivante dall’essere un po’ il “front office” nel rapporto tra utenti ed operatori di settore, oltre che istituzioni, ritengo che l’AgCom, e le sue articolazioni rappresentate dai Corecom, possano e debbano intervenire soprattutto nella definizione delle strategie e delle modalità di intervento in ambito di new media. Intendiamoci: so bene che il cammino è lungo, ma la continua evoluzione delle nuove tecnologie non può che spingerci oltre, specie a garanzia di quelle nuove generazioni, nate nell’era internet, che debbono necessariamente vederci impegnati al fine di tutelarne la crescita e garantirne un corretto sviluppo. D’altra parte, il progresso fa sì che la nostra sia una società in perenne cambiamento. È quindi compito delle autorità quello di garantire la regolamentazione dei fenomeni e fornire la certezza del diritto. Guardo con interesse all’esperienza maturata in altri Paesi e a tutte le azioni che, a livello europeo ed internazionale, apportano al fenomeno quella necessaria visione globale che comporta il parlare di “rete”.

A tal proposito, desidero ricordare che il nostro Paese, assieme agli altri Stati membri dell’Unione Europea, sarà tra gli “animatori” dell’ottava edizione del “Safer Internet Day”, che si svolge, come ogni anno, nella seconda settimana di febbraio. Rivolta principalmente ai giovani, l’iniziativa cerca di promuovere le migliori prassi e di informare gli utenti più giovani sulle “accortezze” da porre in essere per tutelarsi nella navigazione on-line. Lo slogan di quest’anno “Non è un gioco, è la tua vita” è volto a sensibilizzare specialmente gli utenti che utilizzano la rete per accedere ai social network ed ai giochi di ruolo. L’obiettivo è quello di ricordare che tutte le informazioni fornite nelle registrazioni necessarie all’utilizzo di tali piattaforme sono indelebilmente raccolte e riutilizzabili, per altri fini, anche da estranei. Non sempre i giovani sono consapevoli dei rischi ai quali vanno incontro nelle loro navigazioni. Forse non lo sono nemmeno i genitori. Tuttavia, non ci si può esimere dall’agire nell’interesse dei minori e degli adolescenti. Non si può non rilevare l’aumento dei furti di identità e l’hackeraggio ad opera di pirati informatici che vedono accrescere il proprio campo d’azione con il diffondersi dell’uso dei social network, tanto che persino il creatore di Facebook, o il Presidente francese Sarkozy, sono rimasti vittime di cyber incursioni, dimostrando quanto sia difficile il controllo sistematico della Rete. Come pure sono in aumento gli episodi di cyber bullismo, una nuova frontiera nel rapporto tra adolescenti alla quale si deve prestare la massima attenzione. Per il raggiungimento di una regolamentazione complessiva della materia, risulta quindi necessario coinvolgere non solo gli attori istituzionali, ma anche quanti operano nell’ambito della rete. Penso agli internet providers, costituiti in associazione già dal giugno 1995, e che contano oggi 44 associati, con l’obiettivo di definire standard qualitativi e regole di comportamento nell’ambito dell’offerta internet a favore dei minori. La globalizzazione della rete impone un intervento coordinato che obblighi ad una “navigazione responsabile” non solo i responsabili dei siti e gli operatori del settore, ma anche gli utenti. E, soprattutto, il codice di autoregolamentazione deve essere condiviso. Non può essere calato dall’alto e deve rispondere alle “sensibilità”, ma direi soprattutto alle capacità di intervento di ogni singolo attore, in modo tale da essere realmente efficace ed il più possibile completo. Ecco perché continuo a ritenere che i Corecom debbano giocare un ruolo di primo piano. Ecco perché ho ragione di ritenere che possa partire proprio dall’autorità più prossima alla vigilanza e alla difesa dei minori quell’azione in grado di tutelare gli internauti più piccoli dai pericoli della rete. Ma ciò non potrà mai sostituirsi all’attenzione che ciascun genitore deve porre nel cercare di proteggere i propri figli nella navigazione in rete. Solo agendo tutti insieme riusciremo, forse, a far sì che la tutela sia davvero complessiva e rispondente ai bisogni anche del piccolo pubblico.

 

Tv del futuro: Decolla l’ibridazione tra broadband e broadcast è la volta della Next Generation Television (NGTv)

May 31, 2010   //   by Francesco Soro   //   Blog, Pubblicazioni  //  No Comments

L’articolo, scritto con il prof. Giandomenico Celata, è pubblicato su Key4Biz del 31/5/2010

L’ibridazione tra broadband e broadcast è ormai decollata. Una spinta decisiva sta venendo dai produttori asiatici e nord americani di elettronica e semiconduttori che hanno imparato molto bene la lezione degli aggregatori di contenuti su Internet e le abitudini di consumo che hanno trascinato. Il risultato sono i nuovi schermi televisivi, ormai sul mercato, che raccolgono immagini in movimento sia dai broadcaster che dai vari YouTube . Altre novità verranno dai sistemi operativi come Google Tv che aspirano ad essere una sorta di Window per le Tv. Sulla stessa strada è Apple.

La si potrebbe chiamare New Generation Television, sulla falsariga del Next Generation Network dei telefonici, cui è indissolubilmente legata.

All’appello mancano gli italiani. A suo tempo, infatti, distruggemmo la nostra elettronica ritardando di circa dieci anni l’introduzione del colore. E’ storia passata ma pesante, allora per i livelli occupazionali, oggi per l’assenza di ogni prospettiva nel settore. Ed è, senza mezzi termini, il prezzo che il nostro Paese ha dovuto pagare agli interessi più diversi, alcuni nobili altri meno, ma che comunque ben rappresentano l’asimmetria tra i nostri decisori politici ed economici e l’innovazione. Tutto ciò è esiziale in un contesto in cui la velocità con cui si colgono le tendenze e con cui si assumono i rischi d’impresa è decisiva.

 La vexata questio tra chi vincerà tra monitor del PC e schermo televisivo è superata nel senso che sono assolutamente complementari e si distinguono solo per modalità di fruizione del consumo del contenuto. Tema su cui ci sarebbe molto da riflettere. Ovviamente rapidamente. Nel frattempo, gli schermi su cui si possono fruire audiovisivi si sono moltiplicati e investono ormai le game console e i device mobili. Le connessioni sono indifferentemente sia wired che wireless.

 Ma quali contenuti per questi nuovi schermi? Tutto e di più: quelli ammanniti dai broadcaster, quelli del cinema, quelli degli  user generated content nelle varie forme, in continuo divenire e sempre più preziose in termini di ideazione. Così come avviene per la moda, anche per la televisione è l’ora dei trend setter, capaci di individuare nell’emisfero web le nuove tendenze dai prosumer e dai fandom.

 In questo contesto, qualcuno avverte il disagio tra l’attenzione mostrata verso il digitale terrestre e tutto ciò che sta avvenendo. E’ un errore: il passaggio al digitale è ineluttabile, piuttosto bisognerebbe mordersi le mani per chi l’ha ritardato e per chi non l’ha accompagnato come era necessario. E’ il dato, inesorabile, che ci arriva dalla percentuale (10-20%) di criticità riscontrate nella cittadinanza e, soprattutto, dalle recenti e animate discussioni sul piano nazionale delle frequenze e sull’LCN, l’ancora irrisolta questione del posizionamento delle emittenti sul telecomando. Per tacere, su un altro piano, delle difficoltà, economiche e non, che sta incontrando la diffusione della banda larga.

Ma tant’è. A questo punto il problema è come l’industria televisiva e l’industria dei contenuti devono affrontare questo nuovo scenario. Con la non trascurabile peculiarità, tutta italiana, del futuro che aspetta le oltre 500 televisioni locali.

 I principali operatori televisivi, sia pur con qualche ritardo, sembrano aver preso le misure. Alla RAI va riconosciuto il merito di percorrere i nuovi tracciati digitali con una certa forza e innovatività. Tanto è stata sprovveduta all’avvio del digitale terrestre presentandosi alle audience con canali importanti ma fuori contesto della televisione lineare, tanto sta recuperando su questo terreno quanto perduto all’inizio. La sua offerta ha audience superiori a quelle dei concorrenti. Ma l’aspetto più rilevante  è quanto sta guadagnando in termini di esposizione sul web. RAI.TV  è certamente una forte innovazione. Peccato non sia stata costruita come l’iPlayer della BBC, pensato e realizzato in un’ottica client e multipiattaforma. Questo approccio tecnologico impedisce a RAI, per adesso, di mettersi al timone di un progetto come Canvas (altra creatura, stavolta non esclusiva, di BBC), che in Gran Bretagna mette assieme broadcaster, telco, produttori di tecnologie e di contenuti, per lo sviluppo di uno standard comune per la distribuzione telematica di contenuti video, trasmessi direttamente sulle TV.

 C’è quindi ancora un salto generazionale da fare. Sul modello di business RAI potrebbe poi riflettere su quanto sta facendo France Television senza nulla togliere ai suoi vincoli di servizio pubblico. L’apparente ritardo di Mediaset rispetto a quanto sta facendo Rai non deve invece trarre in inganno: esso va probabilmente imputato alla sovrapposizione degli investitori pubblicitari in un mercato, come quello italiano, che non è così avanzato sia in termini economici che di comprensione dei new media. Il che vale a dire che, non appena risolta perlomeno la seconda criticità, l’operatore commerciale avrà a disposizione un’offerta di spazi paralleli da cui sicuramente trarrà grande vantaggio. Diversa è la situazione di La7 che avrebbe tutti i numeri per fungere da battistrada in questi nuovi tracciati web della televisione essendo partecipata dall’incumbent telefonico. Probabilmente paga la propria debolezza finanziaria e le diverse priorità strategiche dell’azionista. E probabilmente paga anche la sovrapposizione con la IPTV di Alice. Modello IPTV che, è bene ricordarlo, in tutta Europa sta soffrendo l’attacco del satellite. In seria difficoltà è, infine, il sistema delle televisioni locali che, salvo fortunate eccezioni, sta patendo – anche al di là dei suoi demeriti – l’infelice congiuntura economica, l’incertezza normativa e regolamentare e la storica propensione all’individualismo che ne limita la visione strategica che, con il digitale terrestre, non può che essere di sistema.

 Se i broadcaster si stanno in ogni caso attrezzando, e anche rapidamente, i produttori di contenuti audiovisivi stanno lentamente svegliandosi dalla  trance persecutoria nei confronti della cosiddetta pirateria da file-sharing. Invece di capire che lo scambio di file su Internet indicava un mercato l’hanno avversato, baloccandosi su cifre di mancato guadagno che avevano del fantastico. Ma le imprese più avvertite si stanno muovendo. Di sicuro nel mondo ma, con il solito gap temporale, anche in Italia.

 Questa la situazione. Ora che fare? Il cinema italiano e la produzione televisiva, grazie ad alcuni capitani coraggiosi, sono in grado di gestire il cambiamento. Già, ma in che direzione? Ognuno per conto suo oppure va fatto un discorso come Sistema Italia, se non Europa? Forse conviene guardare agli USA, dove l’industria dei contenuti e quella degli aggregatori di contenuti su web sono le più forti del mondo. Le Major cinematografiche e televisive fanno parte di grandi Conglomerate Media che legano i vari pezzi della filiera in direzione verticale. I motivi sono noti e attengono la protezione dall’alto rischio di questo tipo di industrie; senza pari nel confronto, ad esempio, con l’industria automobilistica, dell’acciaio, per non parlare di quella alimentare.

 Ebbene, la lezione che hanno tratto da Internet segue due leggi. La prima è quella della Coda Lunga di Anderson, secondo la quale le caratteristiche fisiche di Internet e dei suoi consumatori fanno si che l’area dei ricavi dei contenuti di nicchia pareggi quella degli hit.  La seconda è quella della Piramide Rovesciata che sta per essere codificata e la si può anticipare in questo modo: per raggiungere le nicchie di mercato bisogna presentarsi con un’offerta vasta; è illusorio pensare di costruire una offerta di nicchia, salvo casi eccezionali in cui il mercato di nicchia sia già conosciuto ma a livello globale ed abbia un valore significativo (è il caso, ad esempio, dei Manga giapponesi).

 I tracciati, da cui anche il sistema televisivo locale può trarre qualche insegnamento, sono diversi ma proviamo a riassumerli nei seguenti tre casi.

 1) Il primo è quello dei grandi aggregatori web che hanno conquistato un mercato mondiale e che progressivamente upgradano la loro offerta: iTunes con la musica ha fatto da apripista salvo rimanere chiusa nel suo wallen garden; YouTube sta passando dagli UGC ad una offerta long form e premium. Seguendo i dati Comscore YouTube ha raddoppiato i suoi stream da ottobre 2009 a marzo 2010.

Con questi numeri sul mercato americano  supera il 39% del totale del segmento dell’online video, ma la sua posizione di forza e di dominio è data più che dalla quota di mercato dalla frammentazione delle quote degli altri competitor. Sia iTunes che YouTube tendono  ad accordi con produttori e distributori di contenuti più plurali possibile.

 2) Il secondo è quello dei produttori televisivi che si sono associati in Hulu che è una Joint venture che aggrega i contenuti premium di 3 dei 4 grandi network americani in chiaro, ognuno dei quali è parte di una delle grandi conglomerate media USA: FOX (News Corporation), NBC (prima General Electric ora Comcast), ABC (Disney). Tre grandi network e produttori operanti sul mercato audiovideo più grande del mondo, con una smisurata massa critica di prodotto, si sono aggregati per presentare la loro offerta web, piuttosto che operare ciascuno per conto proprio.

 Hulu si posiziona ormai alle spalle del gigante Googletube con oltre un miliardo di stream al mese. Come YouTube, Hulu si è presentato immediatamente come un videoportale sociale fin dalla nascita: gli oltre 6 milioni di players brandizzati Hulu sono stati embeddati dai navigatori del web su oltre 200 mila siti con una crescita percentuale di oltre il 200% rispetto all’anno precedente. E, sempre come YouTube, i video sono offerti in modalità streaming gratuitamente (lo si potrebbe chiamare un free VOD), nonostante sia una offerta premium pagata dalla pubblicità su cui è applicato un CPM (Costo Per Mille impressions) maggiore di Youtube come conseguenza proprio dell’offerta pregiata.

 Attualmente è in corso di valutazione, da parte del management di Hulu, la possibilità di applicare un costo anche per gli utenti. L’ipotesi al vaglio è quella di uno sdoppiamento del brand con la nascita di un Hulu plus che offra non solo gli episodi dell’ultima serie, ma ad esempio il catalogo totale, extra e dietro le quinte proponendosi come l’erede dei canali via cavo che sono di proprietà delle stesse conglomerate. A differenza di YouTube il servizio del video portale è indirizzato esclusivamente a utenti che si trovano all’interno del territorio americano.

3) Il terzo tracciato è quello che riguarda il mercato web dei movies. I due casi più evoluti, a livello di offerta, piattaforma tecnologica e possibilità commerciali, sono sicuramente Netflix e Vudu. Quest’ultimo, che punta molto sull’Alta Definizione, è stato recentemente acquistato da WalMart. Il protagonismo di grandi reti della distribuzione commerciale nella distribuzione on-line di audiovisivi è una variabile da considerare. E’ di questi giorni la notizia che Best Buy (il più grande rivenditore al dettaglio di elettronica di consumo negli Stati Uniti) ha acquistato CinemaNow, una piattaforma tecnologica  molto simile al servizio offerto da Netflix e Hulu che istallerà sugli schermi televisivi, grazie ad un accordo con LG, con un lettore Blu-Ray internet enabled.

 Questi tre tracciati costituisco gli elementi di quella Piramide Rovesciata di cui si parlava all’inizio che indica all’Italia e all’Europa la necessità di lavorare sui grandi numeri – e non su soluzioni differenziate e divise – per affrontare un mercato che la tecnologia ha reso globale e abituato ad un’offerta nello stesso tempo amplissima e diversificata.

 E’ il bello della sovranità del consumatore che, paradossalmente, si esalta nella concentrazione dell’offerta.

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